Cosa succede quando una società smette di raccontare bugie a sé stessa?
José Saramago ha provato a rispondere a questo interrogativo con un enorme lavoro di introspezione dell’animo umano, culminato con la pubblicazione di una delle sue opere più importanti: Cecità.
Un’intera popolazione sta divenendo cieca, cieca di una cecità diversa dalla solita perchè bianca, ma mentre questa epidemia dilagante affligge chiunque, una donna continua a vedere.
L’elemento caratterizzante dell’opera è proprio questo: lo studio della realtà, filtrata dagli occhi dell’unica superstite, che si trasforma ben presto in un ritratto tremendamente crudo e allo stesso tempo realistico di quello che succede quando a dominare è l’istinto primordiale dell’uomo. Privati della vista, gli uomini si spogliano anche dei loro costumi, della vergogna e di quelle maschere utili in una società governata dalla razionalità e non dalla natura, lasciando che sia l’orrore a prendere il sopravvento. Quando le persone capiscono di non essere viste e tantomeno protette, fuoriesce il loro vero carattere e danno spettacolo delle peggiori brutalità di cui sono capaci, dallo stupro alla carneficina. Chi è già aggressivo o cinico trova spazio e sostituisce la legge con la forza fisica; la dignità si consuma fino a far sentire le persone come degli esseri inanimati; il linguaggio stesso si limita a comandi o richieste e crolla quella collettività rassicurante per far spazio al disperato bisogno di sopravvivenza di ognuno. Una dinamica arcaica, eppure molto simile a quella delle società moderne quando entrano in crisi, con le stesse logiche di esclusione, sfruttamento e indifferenza che regolano il nostro mondo. La morale, senza uno sguardo autentico sull’altro, è solo una convenzione sociale pronta a dissolversi.
E in tutto questo l’unica persona che è in grado di vedere quel declino è una donna completamente sola che si porta addosso il peso invisibile della responsabilità e che, nonostante tutte quelle atrocità, sceglie di guardare fino in fondo, di provare pena e di aiutare quel mondo disorientato che si sta disfacendo da solo. Vedere non significa poter cambiare le cose, ma solo assistere alla verità. Il suo sguardo infatti è per lei una condanna: è obbligata a vedere, e deve comunque continuare a vivere dentro tutto questo. È il perfetto ritratto di una coscienza lucida in una società che preferisce non sapere.
Ciò che si evince è che la cecità non crea il male, gli permette semplicemente di mostrarsi senza freni per la prima volta.
Non diventiamo disumani perché ciechi: diventiamo ciechi perché siamo già disumani, ma non vogliamo ammetterlo.
Lisa Scassa, III B





















