martedì 27 agosto 2019

La coscienza di Zeno

‘La coscienza di Zeno’ è un romanzo psicologico scritto da Italo Svevo nel 1923. Si tratta dell’autobiografia di un uomo, Zeno Cosini, che viene presentata attraverso una finzione letteraria: nel primo capitolo del libro lo psicanalista del protagonista, il dottor S., dichiara di voler pubblicare le memorie del suo paziente in quanto quest’ultimo aveva deciso di abbandonare la terapia. Nei capitoli successivi Zeno racconta in prima persona gli avvenimenti che più hanno segnato la sua vita, senza seguire un particolare ordine logico, ma riportando semplicemente ricordi e pensieri, raggruppati per argomenti o periodi particolari.
Leggendo il romanzo si può capire quanto il protagonista sia turbato per le varie esperienze vissute; non si tratta di avvenimenti epici, ma di semplici vicissitudini di vita quotidiana, vari insuccessi che rendono il protagonista un uomo complessato. È molto semplice ritrovare un po’ di sé in questo romanzo e anche riuscire a stabilire una connessione con il protagonista dal momento che questi non è un eroe, ma un uomo semplice che vive cose normali come tutti noi. Consiglio vivamente questo romanzo perché insegna molto proprio grazie al fatto che Zeno alla fine riesca finalmente ad abbandonare la terapia: questo può essere d’ispirazione per tutti noi, perché questo personaggio spiega come la vita sia una successione di attimi non sempre perfetti e che spesso dobbiamo accettare il fatto di essere uomini mediocri e non dobbiamo soffrire di complessi di inferiorità. Solo capendo questo si può superare la ‘malattia’ e condurre un’esistenza tranquilla. Penso che questo romanzo sia di una grandezza inestimabile, anche se molto probabilmente la distanza dalle esperienze vissute da ragazzi giovani come noi potrebbe non farcelo apprezzare come meriterebbe. Credo che sia comunque una buona lettura per iniziare ad entrare nel mondo adulto. 

Claudia Bibaj IVB


2 commenti:

  1. Ho apprezzato anche io la lettura de "La coscienza di Zeno" e, come te, lodo in particolare la descrizione di un "uomo semplice", oserei dire un antieroe, in cui è facile riconoscersi. Zeno infatti convive con un costante stato di inadeguatezza, una perenne insoddisfazione per ciò che ha, è inetto, vittima di se stesso e dei propri ripensamenti e ben lontano dal ritratto dell'eroe a cui eravamo abituati. Per questo motivo egli ci appare più reale e vicino, quasi come una figura eroica moderna in grado di riflettere la cultura nascente dell'inizio Novecento e quindi le incertezze e le paure dell'uomo contemporaneo. Un altro aspetto degno di nota, come hai sottolineato, è il superamento (anche se solo in parte) della malattia che avviene con il riconoscimento che la vita è la malattia stessa. Ho infatti apprezzato molto le ultime pagine che considero le più profonde e significative del libro in cui il protagonista, raggiunta questa consapevolezza, riflette sulla mancanza di moralità dell'uomo a rispecchiare un mondo corrotto popolato da una specie parassita, l'uomo stesso, che l'ha avvelenato.

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  2. Secondo me un aspetto del romanzo che non è stato segnalato a sufficienza è la contestualizzazione dell’opera. Tra fine ‘800 e inizio ‘900 il mondo è stato sconvolto dai lavori di due grandi geni che hanno studiato il modo in cui la realtà sia soggettiva: Einstein e Freud.
    Ed è a ciò che si collega un significato del romanzo a cui, a mio parere, non avete dato forza: Zeno è un inetto, ha la mente sgombra ed è sostanzialmente un uomo che segue i suoi istinti. Tutte le sue riflessioni sono mirate a cercare di giustificare un’azione o un’opinione propria. Ci riflette a lungo, fino a modellare la realtà a propria discrezione. Qui, secondo me, c’è il fulcro di tutto: la mente può piegare la realtà. La sua stessa malattia è frutto della sua psiche; egli deve tenerla impegnata e questo è un modo (non a caso non si è mai capito di che malattia si tratti).
    In questo senso le pagine finali sono esplicative: prima quando sogna situazioni mai esistite (crea la realtà), ritenendole all’inizio presumibilmente vere, successivamente quando afferma che una volta che ha cominciato a lavorare con costanza e serietà, quindi tenendosi occupato, la malattia è scomparsa. La malattia risiede nell’uomo in quanto in esso risiedono il pensiero e la coscienza: gli animali sentono semplicemente dolore. L’abbandono della terapia, poi, secondo me, rappresenta il fatto che Zeno potrebbe identificarsi con un qualsiasi uomo dell’età di Svevo che non crede (o vuole credere) alla psicanalisi poiché non è pronto ad accettare per vere le sconvolgenti teorie Freudiane.

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