La mattina del 5 marzo 2016, in un alloggio in provincia di Roma, precisamente in via Igino Giordani al numero civico 2, si consuma uno dei delitti più sadici degli ultimi tempi che ancora oggi lascia senza risposta. Due trentenni, Manuel Foffo e Marco Prato, a seguito di giorni passati chiusi in casa a consumare alcol e sostanze stupefacenti decidono che, parole di Foffo: "Volevamo uccidere qualcuno, volevamo uccidere per vedere l'effetto che fa". E dopo ore passate a cercare la vittima perfetta, ecco che la trovano. Si chiama Luca Varani, ventitreenne apprendista meccanico, che con una scusa viene attirato nell'alloggio per poi essere torturato e seviziato per ore, preso a martellate e coltellate fino al decesso.
Ma la ferocia dei carnefici non basta per dare una risposta alla prima domanda che chiunque si pone: perché? Perché uccidere con così tanta violenza?
Nicola Lagioia ha dedicato quattro anni a questa storia così tortuosa e travolgente, ricostruendo con estrema scrupolosità i fatti, nel tentativo di dare un senso a un delitto così efferato, e proprio da questo suo lavoro nasce il romanzo La città dei vivi. Lagioia non si limita a fare il cronista: conduce a riflettere sul libero arbitrio con una visione aperta e il grandissimo dono del non giudizio, scava sotto la superficie dei verbali giudiziari per capire dove la noia si trasforma in ferocia, dove la libertà e la passione morbosa si mescolano e l'ordinario scivola nell'abisso del male.
Il dilemma, ben messo in evidenza nel romanzo, è proprio questo: quando siamo prede, e quando predatori? L'etichetta rassicurante di mostro che attribuiamo a personaggi di questo tipo come forma di rassicurazione verso noi stessi per convincerci che siamo lontani dal loro mondo, viene gradualmente smontata nel corso della narrazione per far spazio sempre più all'idea che, di fatto, chiunque potrebbe un giorno rivestire i panni dell'aguzzino nonostante abbia sempre indossato quelli dell'innocente. Perché Prato e Foffo, figli della Roma bene, con ampie possibilità di costruire il loro futuro come meglio potevano, sono finiti con il cannibalizzare l'esistenza di un ragazzo che al contrario lottava ai margini. La vittima non è stata scelta per vendetta o per un motivo preciso, ma per la sua estrema disponibilità al sacrificio, per quella fragilità economica che lo ha reso più predisposto a cadere in una trappola mortale. Ma soprattutto, per noia. È uno scontro mortale tra due mondi inconciliabili: da una parte il privilegio annoiato, tossico e autoreferenziale dei due, dall'altra la vulnerabilità di Luca, il ragazzo di periferia che cercava solo un modo per sbarcare il lunario. Sullo sfondo di una Roma eterna, divina e in rovina, in cui inquadrare il caso, si sviscera l'essenza più intima dell'uomo attraverso il filtro di un fatto di cronaca atroce ed inspiegabile. Scrive Lagioia: "Era il fondo del pozzo e risalire impetuoso verso chi si sporgeva per guardarci dentro". Lui ha scelto di sporgersi, di scavare, di non negare l'orrore. Il monito è costante: non mostri ma esseri umani, buoni o cattivi, spesso fragili o piegati dal peso delle frustrazioni che tutti ci trasciniamo dietro.
In memoria di Luca
Lisa Scassa, III B

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