Ad un certo punto di Notre-Dame de Paris (romanzo di Hugo ambientato nella Parigi basso-medioevale) troviamo scritta questa enigmatica frase. A pronunciarla è il cattivissimo Don Claude, arcidiacono della maestosa Notre-Dame. Durante una discussione col medico personale di Luigi XI, Don Claude sentenzia ciò, guardando prima un libro stampato e poi la sua bella cattedrale (e lasciando attonito l'interlocutore).
Hugo ci dà due possibili interpretazioni alla strana esclamazione del malinconico antagonista: la prima è quella più banale, e si riferisce al terrore del sacerdozio davanti all'innovazione della stampa. In poche parole la frase si traduce con “l'intelligenza umana soppianterà la fede, la stampa ucciderà la chiesa”. La seconda interpretazione che ci viene fornita è quella più complessa, e su cui si sofferma Hugo.
La tesi è che una nuova forma di espressione da quel momento avrebbe sorretto il pensiero umano, dunque “un'arte ne detronizzerà un'altra, la stampa distruggerà l'architettura”.
Quando il bagaglio umano divenne troppo pesante per essere trasmesso solo tramite la volatile parola, questo si trascrisse in monumento. Dapprima vi fu un alfabeto, che spuntò similmente in varie zone civilizzate, dove le lettere corrispondevano a pietre erette. Poi furono parole, quando varie pietre vennero sovrapposte, e se ne ha un esempio nel dolmen o nel tumulo etrusco. Poi nacquero frasi, tra le quali il Karnac di Luxor. Vennero infine i libri. “Il pilastro che è una lettera, l'arcata che è una sillaba, la piramide che è una parola, mossi da una legge che è insieme geometrica e poetica, si raggruppavano, si combinavano, si fondevano”. Ecco che sorsero il Ramseion egizio e il Tempio di Salomone.
Grazie a questi libri di pietra scopriamo una ciclicità nel pensiero umano: ogni civiltà comincia con la teocrazia e finisce con la democrazia.
All'inizio del Medioevo il cupo stile romanico rappresentava un inno al dogmatismo e all'autorità del prete, senza spazio per l'uomo. Poi il movimento popolare delle crociate portò un respiro di libertà in Europa, facendo fiorire la signoria sotto il sacerdozio. L'emblema di questa guadagnata libertà fu l'ogiva. La cattedrale scivolò dalle mani del prete a quelle dell'artista, dunque del popolo.
Col pretesto di creare monumenti a Dio il popolo creò dell'arte per rappresentare sé stesso, e in maniera mutabile, senza essere intimorito dal progresso, ma anzi facendosene carico.
E l'architettura era l'arte principale, in quanto unica arte libera di esprimere i propri valori.
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Portale della cattedrale di Bourges |
Il fenomeno di un'architettura del popolo che succede a una di casta si riproduce svariate volte nella storia: dall'architettura indù a quella fenicia, dall'architettura egiziana a quella greca.
Nel quindicesimo secolo tutto cambia.
La parola non si trova più scritta unicamente in manoscritti, facilmente bruciabili, ora il pensiero è inafferrabile grazie alla stampa. Più durevole e resistente dell'architettura, e di più facile creazione. Sono sufficienti carta e inchiostro. Dal sedicesimo secolo la malattia dell'architettura è visibile.
Ma come si spiega allora il Rinascimento? Un sole al tramonto che scambiamo per aurora. Un ammasso ibrido di frasi e parole precedenti, arrangiate in maniera geniale, nonché stupefacente.
Michelangelo percepiva l'architettura morire, così gli diede un'ultima originale espressione con San Pietro a Roma. Da quel momento in poi si fanno copie su copie della San Pietro in tutta Europa.
E poi la forma architettonica si cancella per far risaltare quella geometrica. Perché gli artisti sono concentrati sulle altre arti, e l'architettura è stata lasciata in mano ai geometri. Che rendono gli edifici poliedri, non più rappresentazione di idee.
Ora mi sorge spontanea una riflessione. Se il libro ha ucciso l'edificio, qualcosa può uccidere il libro? O forse qualcosa ha già ucciso il libro? La musica, dallo scorso secolo, non è forse diventata lo strumento per la diffusione di idee più immediata, e con la maggiore visibilità?

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